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Furti Coin Termini, 21 indagati tra poliziotti e carabinieri. La difesa: “Non sono ladri”
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Furti Coin Termini, 21 indagati tra poliziotti e carabinieri. La difesa: “Non sono ladri”

By Abrar Hussain
February 24, 2026 2 Min Read
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Sono stati trasferiti in altre sedi, subito dopo la notifica dell’avviso di garanzia, i nove poliziotti e 12 carabinieri indagati nell’inchiesta sui presunti furti nello store Coin della stazione Termini di Roma, in via Giolitti. E’ quanto apprende l’Adnkronos. L’indagine, coordinata dall’aggiunto Giovanni Conzo e dal pm Stefano Opilio, ipotizza il reato di furto aggravato.

Al centro dell’inchiesta ci sarebbe un ammanco di 184mila euro, emerso durante l’inventario di febbraio 2024 e relativo all’anno precedente. A presentare la denuncia ai carabinieri della Compagnia Roma Centro che hanno svolto le indagini è stato il direttore del punto vendita.

Difensore: “Ladri? Hanno fatto 50 arresti in flagranza”

Dura la replica dell’avvocato Andrea Falcetta, difensore di otto carabinieri coinvolti. “Parte della stampa li definisce già ladri, ma nell’ultimo anno hanno effettuato circa 50 arresti in flagranza e quasi cento denunce a piede libero. Hanno inoltre svolto servizi antitaccheggio in borghese recuperando e restituendo merce rubata per migliaia e migliaia di euro”, afferma il legale.

Secondo la difesa, gli episodi contestati, “dei quali dimostreremo l’insussistenza”, riguarderebbero “importi di poche decine di euro e non un presunto giro da centinaia di migliaia di euro”. “Siamo all’inizio del procedimento – aggiunge – e per alcuni sembrano già colpevoli”.

Il presunto sistema

Secondo quanto ricostruito, il presunto sistema avrebbe coinvolto una cassiera del negozio, ritenuta la “talpa interna”. La donna “avrebbe messo da parte capi scelti in anticipo, nascosti in un armadio vicino alla postazione – si legge nelle pagine del quotidiano – Rimuoveva le placche antitaccheggio, tagliava etichette, preparava buste”. Secondo l’ipotesi quando arrivavano gli uomini in divisa ”si scansionava solo una parte degli articoli, si modificavano prezzi, si inserivano importi a mano sul registratore. A volte si stampava uno scontrino di cortesia di una vecchia vendita e lo si infilava nella busta per simulare un acquisto regolare. Altre volte si fingeva pagamento elettronico”‘.

 

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Abrar Hussain

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